Siamo nel vivo di una profonda crisi del modello di sviluppo occidentale, che si è diffusa e manifestata in tutti i settori della società e in maniera esplicita, in ultimo, con l’escalation militare in Ucraina. Il modo di produzione capitalistico sta facendo emergere le sue contraddizioni strutturali alle quali cerca di rispondere riorganizzandosi dal punto di vista produttivo ma anche ideologico, come vediamo anche per quanto riguarda la condizione femminile.
Per questo non possiamo che partecipare allo sciopero e alle piazze indette, come ogni anno, nella data dell’8 marzo ma con ancora più rabbia e affermando che contro la guerra imperialista e l’oppressione di genere e di classe l’unica alternativa alla barbarie del presente, sul piano economico quanto quello culturale, è costruire il processo rivoluzionario verso il socialismo.

L’8 marzo, come il 1 maggio, è una data socialista. Infatti, fu la Conferenza internazionale delle donne socialiste, convocata a Copenaghen il 29 agosto 1910, che decise di istituire, su proposta della socialdemocratica tedesca Klara Zetkini, in seguito fondatrice del Partito Comunista tedesco (Kpd), la “Giornata internazionale della donna”. L’evento che suggellò la data fu però in Russia nel 1917, quando le bolsceviche diedero vita allo sciopero delle operaie di Pietrogrado, dando inizio alla Rivoluzione di febbraio. “Al grido di pace e pane, le operaie di Pietrogrado con la bandiera rossa sono scese nelle strade l’8 marzo [24 febbraio per il calendario giuliano] per festeggiare la giornata internazionale del proletariato femminile. Fu questo il grande segnale della rivoluzione che distrusse l’autocrazia…” così scriveva l’Ordine nuovo, il giornale gramsciano, nel 1921.

È per noi importante recuperare la storia del movimento per l’emancipazione femminile e il grande apporto che le comuniste e i comunisti in tutto il mondo seppero dare per la costruzione dei diritti delle sfruttate, al fine di riannodare i fili della storia e rilanciare la prospettiva rivoluzionaria, oggi più che mai necessaria.
È oggettivo, infatti, che con la rivoluzione di ottobre in tutto il territorio dell’Unione Sovietica la condizione femminile raggiunse enormi miglioramenti sia dal punto di vista dei diritti delle donne sia di una reale eguaglianza sociale, economica e politica. Miglioramenti che in altri paesi capitalisti non si sono mai visti o sono visti parzialmente solo decenni dopo. Nell’URSS, ad esempio, la stessa industrializzazione fornì la base per l’indipendenza economica delle donne e fu uno strumento per rompere la gabbia dell’oppressione, mentre nel capitalismo, oggi come allora, lo sviluppo industriale ha rappresentato un mezzo di sfruttamento e miseria.
Anche a Cuba, fu con il trionfo della Rivoluzione Castrista che si iniziarono a consolidare i diritti delle donne. Fu il primo Paese al mondo a firmare la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e ad investire massicciamente in istruzione, sanità e ricerca pubbliche e per tutti.

Oggi, di fronte al palesarsi della crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, le classi dominanti occidentali si preparano a nascondere sotto il tappeto le proprie colpe e i propri fallimenti, anche nel campo della condizione femminile e della violenza di genere.
Per questo lavorano a tutti i livelli, dall’Unione Europea fino alle nostre scuole e università, per “dipingersi di rosa”. Ma chi alimenta questa trappola ideologica sulle spalle delle donne e delle fasce popolari, per nascondere la propria responsabilità verso un sempre maggiore peggioramento delle condizioni di vita e un presente fatto di abusi e massacro sociale, troverà la nostra azione organizzata come giovani rivoluzionarie e rivoluzionari che ogni giorno lottano per abbattere l’oppressione e le ingiustizie.

La lotta antisessista e contro la violenza sulle donne viene strumentalizzata dal capitale per un tornaconto puramente economico, di potere e di mantenimento dello status quo. Non esiste emancipazione e parità nel concetto liberale di “empowerment” e “imprenditorialità femminile”, per il quale vengono previsti nel PNRR assurdi investimenti. Si tratta infatti di una prospettiva di emancipazione individuale e di élite, mentre la maggioranza delle donne è rappresentata da manodopera sfruttata e subordinata alla figura maschile. Il capitalismo utilizza infatti le strutture patriarcali pre-esistenti per i suoi fini: dividere le donne, categoria tra le più colpite dalla crisi economica, tra quelle che hanno le caratteristiche per ‘fare carriera’ (particolare carisma o bellezza, propensione per le materie STEM, ecc.) e quelle che invece sono destinate a non avere un futuro.
Di conseguenza smascheriamo chi, soprattutto direttamente e indirettamente legato al centro sinistra, sostiene la superiorità occidentale o dell’Unione Europea rispetto ai diritti delle donne e usa questa retorica per nascondere la violenza del capitale, di questo modello socio economico e dell’imperialismo. La costruzione del polo imperialista europeo, spacciata per un processo di integrazione, benessere e democrazia, ha causato solo un divario sempre maggiore fra classi e tra Sud e Nord Europa. Noi stiamo con le donne e i popoli oppressi e in lotta, contro la violenza e la barbarie delle guerre e le catene dell’imperialismo occidentale e della Nato.

Sono stati mesi in cui le studentesse e gli studenti in tutta Italia hanno riacceso la miccia del conflitto. Muovendosi non solo contro un modello scolastico ingiusto, specchio di questo sistema di sviluppo diseguale, ma ridando centralità alle battaglie di una generazione senza prospettive. E opponendosi ad un sistema assassino e alla sua violenza strutturale, la stessa che ha ucciso Giuseppe e Lorenzo in fabbrica, che causa un sempre maggiore imbarbarimento sociale e culturale, miseria, molestie, guerra e morti sul lavoro.

Lo gridiamo a gran voce allora, “O socialismo o barbarie”. Siamo consapevoli infatti che per il futuro delle donne e della nostra classe abbiamo un’unica soluzione: impegno militante quotidiano, che non si ferma alla data di mobilitazione dell’8 marzo, per una prospettiva che può solo che essere rivoluzionaria. Contro la guerra e l’oppressione.