Il governo Draghi ha annunciato con il PNRR l’arrivo di sei riforme dell’istruzione che sono state presentate il 7 ottobre da Draghi, Messa e Bianchi nella prima “cabina di regia per il “PNRR”, ovvero l’organo di indirizzo politico che coordina e dà impulso all’attuazione degli interventi del piano. Queste riforme andranno a modificare l’assetto della scuola per come le conosciamo adeguando la scuola alle necessità dell’industria 4.0 ed in generale del tessuto produttivo. La Missione istruzione e ricerca ha un ruolo centrale all’interno del PNRR, giungendo ad assorbire 30,9 miliardi (17% delle risorse totali) di cui 19,4 mld per l’istruzione e 11,4 per la ricerca, ma se la cifra è in realtà esigua per quelle che sono le reali
esigenze della scuola (aggravate da una pandemia tutt’ora in corso), va constatato che i fondi verranno diretti verso asset strategici e strutturali: edilizia scolastica (per cui sono stanziati 13 mld, in realtà largamente insufficienti), ma anche e soprattutto contenuti della nuova didattica (5,4 mld) e transizione digitale dell’istruzione.
Le sei riforme riguardano: la riforma degli ITS (istituti tecnici superiori), la riforma degli istituti tecnici e professionali, del sistema di orientamento, del reclutamento degli
insegnanti, la riforma dei corsi di laurea e dei dottorati, e del sistema
d’istruzione. L’iter istituzionale dovrebbe terminare a dicembre 2022 ed è già iniziato per quanto riguarda la riforma degli ITS. Gli obiettivi ed, in linea di massima, il contenuto delle
riforme è già scritto chiaramente nel PNRR, copiando e sviluppando fedelmente le “proposte”/diktat provenienti dai vertici dell’Unione europea.

Le riforme


Si punta a sostituire le aule per come le abbiamo conosciute con spazi scolastici “connected learning environments adattabili, flessibili e digitali, con laboratori tecnologicamente avanzati e un processo di apprendimento orientato al lavoro.”
Un altro tassello fondamentale di questo processo è la liquefazione del ruolo tradizionale del docente, che sta avvenendo anche grazie ad una narrazione fuorviante di contrasto alla lezione frontale. I professori diventano sempre più semplici erogatori di contenuti già pronti
e, soprattutto, dei valutatori. A portare avanti questo processo saranno poi le “scuole di alta formazione” e i “teaching and learning centres” per la formazione continua dei docenti, la
cui istituzione è prevista dal PNRR nel quadro di una più ampia riforma del reclutamento dei professori che merita di essere approfondita meglio in un’altra occasione.
Inoltre, per quanto riguarda l’orientamento si prevede l’istituzione di 30 ore annue per le
scuole secondarie di primo e secondo grado, e la creazione di 50.000 corsi dalla terza superiore per “conoscere l’offerta universitaria e colmare i gap di competenze richiesti”.
Allarmante è anche l’ampliamento previsto della sperimentazione di licei e tecnici “brevi” quadriennali che saranno portati da 100 a 1000 classi.
La riforma degli istituti tecnici e professionali, leggiamo dal PNRR, punta ad allineare questi istituti alle nuove esigenze e competenze produttive richieste dalle aziende all’interno del vasto processo di ristrutturazione produttiva che sta riguardando il nostro paese dopo la
pandemia. Se dei caratteri specifici della riforma sappiamo ancora poco e niente, capiamo bene che la centralità inedita conferita a questi istituti non nasce per migliorare le condizioni degli studenti che li frequentano ma anzi per rafforzare la formazione alla
precarietà e alla perdita di diritti, per intensificare le condizioni di sfruttamento una volta usciti dai relativi istituti.
Per quanto riguarda i fondi per l’edilizia (pompati le poche volte che sui media si parla di
queste riforme) sono: 400 per la riqualificazione delle mense e 300 per le palestre, poiché la volontà è quella di estendere gradualmente il tempo pieno. E soprattutto 800 mln per la
costruzione di scuole nuove adeguate per la “nuova didattica”, e 500 mln per la messa in sicurezza… sono soltanto 30.000 euro a plesso, una cifra irrisoria!
Non solo la scuola ma anche l’università cambierà volto, è prevista una riforma delle classi di laurea che va a cambiare gran parte dell’assetto universitario: il triennio sarà meno
specializzato, verranno così allargati i settori disciplinari con particolare attenzione all’inclusione nei curricula delle soft skills, della conoscenza delle tecnologie digitali e le competenze multidisciplinari. Per adattare meglio gli studenti alle esigenze di un mercato in costante cambiamento e che quindi richiede competenze e conoscenze “ampie”. Inoltre
verranno ampliate le classi di laurea professionalizzanti, in sinergia con gli studenti che fuoriescono dagli ITS (di cui si parlerà ampiamente dopo).
Per gli studenti universitari è previsto inoltre l’impegno pubblico ad aumentare i posti negli studentati da 40.000 a 120.000 entro il 2026. Questo avverrà andando ad incentivare
l’investimento privato, tramite agevolazioni sulla tassazione e norme più elastiche che consentano di restringere lo spazio comune a disposizione degli studenti. Ancora una volta il pubblico abdica alla sua funzione delegando il diritto allo studio al privato e impegnandosi
per creare opportunità di profitto.

Riforma degli Istituti Tecnici Superiori


Nel quadro di un adattamento complessivo dell’istruzione alle esigenze delle imprese non
stupisce che il governo abbia deciso di prendere le mosse dalla filiera tecnico-professionale, la prima riforma dell’istruzione è quella degli ITS (istituti tecnici superiori), ora ribattezzati ITS “Academy”. Gli ITS sono dei percorsi post diploma non universitari, che puntano alla
formazione di manodopera tecnica altamente specializzata in settori ritenuti strategici per la competizione internazionale.
Gli ITS adesso si strutturano con percorsi formativi con durata di 4 semestri e almeno 1.800/2.000 ore e di secondo con durata di 6 semestri e almeno 3.000 ore di formazione.
Di queste il 30% sarà svolto con tirocinio in Italia o all’estero ed il resto diviso tra ore di attività teorica, pratica e di laboratorio. Il traguardo è quello di far aumentare gli attuali
iscritti a percorsi ITS di almeno il 100% (attualmente sono 18.273 studenti iscritti su 713 percorsi attivi). Per farlo si punterà sia sul sostegno alla partecipazione tramite borse di studio, sia sull’orientamento per l’uscita dalle scuole superiori. Infatti questa riforma sarà poi da mettere a sistema con la riforma dell’orientamento prevista entro questo dicembre.
Va tenuto inoltre presente che le ITS Academy non punteranno solo sui giovani, ma anche sulla formazione continua dei lavoratori incentivando la partecipazione di adulti occupati.
Questi percorsi puntano a rafforzare il tessuto locale delle imprese tramite la loro partecipazione al processo formativo: le ITS Academy sono infatti espressione di una strategia fondata sulla connessione delle politiche d’istruzione e lavoro con le esigenze del tessuto produttivo. Non a caso il mondo dell’industria italiana tiene le orecchie puntate su questa riforma. Il PNRR per gli ITS Academy prevede 1 miliardo di euro in 5 anni, risorse
destinate ad: aumentare il numero di ITS, potenziare i laboratori con tecnologie 4.0, definire nuove aree tecnologiche di competenza degli ITS, formare docenti cosicché siano in
grado di adattare la formazione ai fabbisogni del tessuto produttivo locale, sviluppare una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte a studenti con qualifiche
professionali. Nel primo quinquennio verrà data poi particolare attenzione alla formazione utile a quei settori strategici individuati nel PNRR: transizione digitale, innovazione e
competitività, transizione ecologica, mobilità. Vale inoltre la pena di dire che i fondi saranno assegnati con criteri meritocratici, sulla base della quota di allievi con giudizio
positivo da parte del sistema di monitoraggio e valutazione, curato da Indire.
Per capire quella che è la funzione degli ITS Academy basta osservare la loro struttura: essi sono fondazioni di partecipazione, ovvero fondazioni miste pubblico/privato. Sono costituiti
infatti da: scuole (pubbliche o private), almeno un’impresa del territorio che utilizzi
tecnologie degli ambiti individuati dal Miur, ed un’università o un ente di ricerca pubblico e privato che operi sulla stessa area tecnologica. La partecipazione inoltre è aperta a tutti i
finanziatori privati. Per quanto riguarda il personale docente almeno il 60% dovrà essere reclutato tra soggetti provenienti dal mondo del lavoro, mentre il minimo di personale
reclutato tra docenti del sistema di istruzione o di ricerca pubblica è il 20%. Infine, il presidente e il rappresentante legale degli ITS sono esclusiva espressione delle imprese
fondatrici. Insomma, una intera filiera formativa creata ad hoc per le aziende!
Anche il ruolo delle università sarà importante ed è infatti prevista la possibilità di stringere accordi federativi tra università e ITS Academy Al fine di agevolare l’altro importante obiettivo della riforma: facilitare il trasferimento tecnologico, ovvero il passaggio di
tecnologie e tecniche dalla ricerca pubblica al privato utilizzando gli ITS come tramiti.
Il potenziamento degli ITS significa costituire un canale di formazione biennale post diploma, parallelo a quello universitario, che dovrebbe lavorare in sinergia con le imprese.

Conclusione


Il PNRR e le connesse riforme ci riservano un salto di qualità nella penetrazione dell’interesse privato all’interno dell’istruzione, ovvero al bisogno delle imprese di formare
manodopera flessibile ed adattabile ai cambiamenti della produzione. Come si evince molto bene dalle linee guida del PNRR per la riforma della didattica: più laboratori tecnico
scientifici e più matematica, la scuola italiana si riorienta sulle competenze STEAM (dall’inglese Science, Technology, Engineering, Art and Mathematics). Tra le competenze
STEAM importante sarà soprattutto lo sviluppo di competenze utili alla transizione digitale, utilizzo e programmazione dei dispositivi, grazie alla creazione di diversi progetti e laboratori per le professioni digitali nel II ciclo distruzione.

L’asservimento dell’istruzione alle esigenze dell’impresa passa attraverso lo svilimento e l’impoverimento dell’aspetto educativo della scuola pubblica italiana, una scuola che –
ancora più di prima con le riforme in arrivo – è del tutto svuotata della sua funzione emancipatrice. Noi consideriamo questa scuola nemica, una gabbia da rompere.
Di fronte alle riforme che il Governo sta preparando, nel solco del processo complessivo di asservimento della scuola ai privati deciso dall’Unione Europea, sta a noi costruire dagli
istituti una forte opposizione, che sappia trasformare in rabbia l’insofferenza che noi studenti viviamo per una scuola avversa alle nostre necessità, e che incanali questa rabbia nel conflitto e nella lotta.