La creazione del nuovo governo Draghi è un punto di svolta – aldilà dei giudizi in merito, e il nostro è certamente negativo – della situazione sociale e politica nel nostro paese, una situazione drammatica come in tutti gli altri paesi del cosiddetto mondo occidentale (ma non solo), che dall’inizio della Pandemia hanno visto emergere sempre più contraddizioni e problematiche in tutti gli ambiti della società e non solo in quello prettamente sanitario.

L’arrivo del Covid-19 ormai 11 mesi fa ha drasticamente accelerato la crisi di egemonia del sistema capitalistico in cui viviamo, facendo emergere tutti i limiti strutturali e insuperabili di un modello incapace di garantire neanche il più basilare dei diritti, quello alla vita. La crisi è esplosa con particolare violenza proprio nei paesi il cui capitalismo dichiarava di aver stravinto, ovvero in quelli dell’occidente “a capitalismo avanzato”, primi fra tutti gli Stati Uniti, in cui le centinaia di migliaia di morti per Covid, la contrazione storica del PIL e il clima da guerra civile che va avanti ininterrotto da maggio 2020 con l’uccisione di George Floyd – e che in occasione delle elezioni presidenziali si è intensificato – danno bene la cifra di ciò che affermiamo. Al contempo, i paesi in cui la gestione dell’economia e della cosa pubblica è basata sulla pianificazione e sulla difesa dell’interesse collettivo (Cina, Venezuela, Vietnam, Kerala etc etc) hanno saputo contrastare egregiamente la pandemia, dimostrando con i fatti, oltre che con le parole, che un’alternativa di sistema è possibile; rispetto a questo è impossibile non ricordare lo straordinario esempio di internazionalismo di Cuba, che inviando i propri medici in decine di paese nel mondo si è posta all’avanguardia di una battaglia rivoluzionaria di civiltà in difesa dell’umanità, dando un esempio ai popoli di tutto il mondo. Sinteticamente possiamo affermare che quello che abbiamo visto in questi mesi è che il Modo di Produzione Capitalistico (MPC) ha palesato tutti i suoi limiti strutturali – creando le condizioni oggettive per porre il tema della necessità di un’alternativa sociale – e la crisi si è fatta sistemica, andando a permeare tutti i settori della società. Così è stato anche per la scuola, non a caso da marzo 2020 parliamo di crisi del modello scolastico nel nostro paese: l’arrivo fortuito della DaD è stato solo la scintilla che ha infiammato il mare di benzina di contraddizioni della scuola pubblica italiana. In primis, abbiamo visto bene come da quel primo lockdown l’Autonomia scolastica è stato l’utile strumento in mano ad Azzolina e Governo per poter delegare ai singoli istituti alcun tipo di responsabilità delegabile (il gioco dello scaricabarile è nell’ultimo periodo quello più in voga fra i membri della classe politica nostrana, priva di alcun progetto strategico e del tutto impotente rispetto al corso politico ed economico del paese già tracciato e imposto dalla Confindustria ma soprattutto dall’Unione Europea, che da poco ha commissariato quella stessa classe politica con Draghi), abbandonando le scuole ed aumentando le differenze fra di esse nell’arco di una competizione distorta, in cui anche quelle ai vertici delle classifiche lo sono non per la qualità didattica/pedagogica o l’attenzione al diritto allo studio ma per la capacità di ricreare nella scuola il modello aziendale, con tutte le conseguenze negative che ne derivano per gli studenti. Al contempo, sull’onda di una crisi diffusa dei valori del capitalismo quali competizione, individualismo, meritocrazia (di fronte anche alla provata superiorità della cooperazione e della solidarietà, di cui Cuba con le brigate mediche ha dato un esempio a tutti), si è innestato un sempre più forte rigetto da parte degli studenti verso la valutazione numerica, elemento centrale della nostra scuola, che ha mostrato tutti i suoi limiti, la sua dannosità, inutilità, ingiustizia, facendo traballare uno dei perni centrali del nostro modello di istruzione – peraltro espressione diretta ed esplicita dei valori fondamentali del capitalismo, un dato che non può passare inosservato. Insomma, la didattica a distanza ha significato un’accelerazione drastica dei caratteri dell’attuale modello scolastico neoliberista, della famigerata scuola per competenze impostaci negli anni dall’UE. La stessa DaD – che non a caso oggi i grandi poteri economici vorrebbero normalizzare e integrare nel nostro sistema didattico – è un ottimo strumento affinché la scuola rinunci agli elementi didattici e pedagogici funzionali alla crescita degli studenti e al suo ruolo emancipatrice per diventare il luogo/istituzione in cui acquisire al massimo le competenze (in particolare quelle di tipo tecnologico e informatico, sempre più centrali e richieste nella macchina produttiva odierna in cui il lavoro manuale scompare a fronte di una crescente automazione), quelle competenze richieste dall’Unione Europea per formare un mercato unico continentale che ha alla base la flessibilità e la precarietà della forza lavoro: in questo contesto i giovani rappresentano la futura classe lavoratrice europea e già dall’età della scuola devono imparare ad essere “competenti” e “flessibili” (alias precari) per adattarsi a ogni condizione di lavoro.

Questo modello scolastico con la pandemia ha mostrato tutte le sue falle ed è andato in crisi, provocando un fortissimo senso di sfiducia da parte degli studenti nei confronti della scuola, oggi percepita inutile se non addirittura dannosa: questa forte e accentuata sfiducia è indirizzata verso l’intero modello di scuola, non verso singole riforme o problematiche, e in alcune parti d’Italia ha generato piccoli ma inediti momenti spontanei di sciopero e protesta degli studenti che – anche se in modo inconsapevole – hanno messo in discussione il modello e non si sono limitati alla vertenzialità. Da parte dei nostri governanti non c’è stata alcuna presa di consapevolezza o dietrofront rispetto alle politiche degli ultimi anni, anzi il contrario: oggi il progetto in campo imposto dall’UE nel nostro paese è proprio quello di accelerare i caratteri della scuola neoliberista, sfruttando la crisi come “opportunità” per rafforzare il disegno del polo imperialista europeo. Questo è evidente dalle bozze del “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” elaborata dal Consiglio dei Ministri dell’ex governo Conte Bis che stabilisce le linee guida per l’utilizzo del Recovery Fund: i fondi che arriveranno per Istruzione e Ricerca saranno destinati a due progetti anch’essi decisi dall’UE (la sua approvazione è necessaria per ogni progetto), uno chiamato “Potenziamento della didattica e del diritto allo studio” e l’altro “Dalla ricerca all’impresa”. Nel documento si parla di “potenziamento dell’offerta formativa in discipline abilitanti 4.01 e correlate alla vocazione produttiva del territorio di riferimento” (cioè all’industria locale) e, per gli istituti tecnici, di istituzione di “forme di collaborazione congiunta (es. laboratori) pubblico-privati”; inoltre, “è previsto il potenziamento di programmi professionali di livello secondario e terziario che consentono un migliore inserimento nel mondo produttivo” che potranno anche avvalersi della presenza degli Istituti Tecnici Superiori (invenzione degli industriali) che organizzeranno “percorsi di istruzione adeguati alle esigenze del tessuto economico nonché agli standard internazionali”. In conclusione, il documento propone “la maggiore apertura del sistema scolastico e universitario al mondo delle imprese, anche attraverso una modifica dei centri di trasferimento tecnologico presso gli atenei.” Non c’è neanche bisogno di andare a cercare fra le righe, i concetti sono chiari: la scuola che oggi l’Unione Europea vuole e ci impone deve essere strettamente legata e subordinata al privato e al mondo aziendale, e ai suoi interessi di guadagno e potere, e deve formare futuri lavoratori competenti -soprattutto nel campo tecnologico e informatico – pronti a essere inseriti nel mercato del lavoro precario dell’UE non appena finito il “percorso formativo” (formativo allo sfruttamento?). Le politiche per l’istruzione pubblica italiana dipendono da 30 anni dalla volontà dell’Unione Europea, e anche oggi ha il potere di approvare o meno l’invio dei fondi del Recovery Fund in base al piano che gli viene proposto, che sarà dunque completamente subordinato alle sue richieste, cioè quelle della borghesia continentale. E’ proprio per questo che definiamo la creazione del governo Draghi – fedelissimo dell’UE – un punto di svolta: i precedenti governi dovevano quanto minimo provare a mediare affinché le proprie politiche non fossero eccessivamente anti popolari, per tenere alto il consenso, ma per un governo calato dall’alto questo problema non si pone. Il nuovo governo è un commissariamento voluto dall’UE per accelerare il proprio progetto e questo riguarderà in toto anche la scuola, senza guardare in faccia a nessuno perché la competizione interimperialista richiede un livello sempre più alto di potenza di fuoco di cui il polo europeo si deve dotare hic et hunc.

Queste sono oggi le questioni in campo e su questo livello di scontro ci dobbiamo porre. Abbiamo già visto l’UE nel ‘99 e nel 2008 sfruttare le crisi per accelerare il proprio progetto e così sarà anche per questa in cui siamo tutt’ora immersi; d’altro canto però in questi mesi sono esplose contraddizioni storiche della scuola neoliberista che oggi sono sotto gli occhi di tutti e che non potranno che acuirsi. Non sappiamo se questo automaticamente produrrà conflitto studentesco, ma sappiamo che oggi le condizioni oggettive ci mettono davanti alla sfida di alzare lo scontro a un livello più alto, sul modello complessivo di scuola, perché oggi è quello il tema all’ordine del giorno che la realtà pone agli studenti tutti.

Il protagonismo studentesco nelle lotte fuori e dentro le scuole dell’ultimo periodo ci dimostra che è nostra responsabilità farci trovare pronti. Cominciamo a costruire l’opposizione al modello di scuola dell’Unione Europea: la strada è la lotta!

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